Duke contro UNC: l’epopea della Victory Bell e dei due mondi contrapposti
- Matteo Spelat

- 29 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Solo otto miglia separano i due college, due atenei, uno privato ed elitario, l’altro statale e popolano. Obiettivo ogni anno impedire all’avversario di ottenere le vittorie necessarie per il Bowl ed evitare gli sfottò nei bar e ristoranti della zona, che son condivisi.
Quando si parla di Duke e North Carolina, il pensiero corre automatico al parquet e al basket. È inevitabile. Ma ridurre la rivalità tra Chapel Hill e Durham solo alla palla a spicchi è un errore.
Sull’erba del college football, questa sfida ha un sapore diverso. Meno patinata delle partite in prime time in tv, ma incredibilmente più viscerale, più cruda. È una battaglia di identità, di classe sociale e di vicinato, dove si gioca per il diritto di verniciare una campana.
Ecco la storia della sfida tra i Tar Heels e i Blue Devils, due vicini di casa che semplicemente non si sopportano.
Prima ancora del football, bisogna capire chi sono gli attori in campo. La vera benzina di questa rivalità non è solo sportiva, ma quasi antropologica. È lo scontro definitivo all'interno della Tobacco Road.
Da una parte c'è Duke: un’università privata, esclusiva, costosa, con la sua architettura neogotica e la reputazione (spesso rinfacciata dai rivali) di essere un ateneo snob, frequentato da élite che spesso non provengono nemmeno dal North Carolina.
Dall'altra c'è UNC: la prima università pubblica d'America, l'ateneo del popolo e dello Stato, ben radicato nel tessuto locale.
Questa differenza crea un attrito unico, più profondo di quello con North Carolina State o Wake Forest. I tifosi di UNC vedono i Blue Devils come arroganti privilegiati con la puzza sotto il naso, mentre i tifosi di Duke guardano i Tar Heels dall'alto in basso. E dato che le due università distano appena otto miglia lungo la U.S. 15-501, queste due fazioni opposte condividono gli stessi ristoranti, gli stessi uffici e le stesse chiese. Non c'è via di fuga: chi perde deve subire gli sfottò del vicino di scrivania per un anno intero.

La storia ci dice che questa è la madre di tutte le rivalità della zona. La prima volta che Duke, allora denominato Trinity College e North Carolina si affrontarono fu nel 1888.
Fu la prima partita di college football mai giocata nello stato del North Carolina. In una fredda giornata di fine novembre, Trinity vinse 16-0. Il football moderno era ancora una sorta di Frankenstein ibrido, confuso con il rugby, ma l'astio tra i due atenei nacque subito. Da quel momento, la Battle of the Blues è diventata l'appuntamento fisso per stabilire chi comanda nella regione. Niente coppe scintillanti da esporre in bacheca. Qui ci si gioca una vecchia campana ferroviaria: la Victory Bell.
Introdotta nel 1948 grazie all'idea di due cheerleader delle rispettive squadre (Norman Sper di UNC e Loring Jones di Duke) per incanalare l'energia delle tifoserie, la campana segue una regola sacra: deve indossare i colori del vincitore.
Se vince North Carolina, la campana viene verniciata interamente di celeste, se invece vince Duke, viene ridipinta immediatamente di blu scuro.
Non si aspetta la fine della cerimonia. Appena il cronometro va a zero, la squadra vincente corre verso la campana, bombolette spray alla mano e copre l’odiato colore con il proprio, spesso ancora in mezzo al campo e sotto gli occhi dei rivali sconfitti.
Nonostante UNC conduca storicamente la serie, la natura emotiva del derby ha spesso azzerato i valori tecnici. Ci sono due momenti chiave che sono impressi a fuoco nelle menti di entrambe le fan base.

Nel 1989, Duke arrivò a Chapel Hill guidata da Steve Spurrier. Per l'ateneo di Durham, vincere nel football è sempre stato più difficile che nel basket, ma quel giorno i Blue Devils demolirono UNC 41-0. Fu un'umiliazione che permise a Duke di vincere il titolo della ACC, un evento rarissimo, cementando la fama di Spurrier prima che diventasse un head coach leggendario sulla panchina dei Florida Gators.
A Chapel Hill invece uno dei momenti rimasti più impressi nella mente della fan base è risalente al 2019. Duke, in territorio nemico, è sotto 20-17, ma con diciotto secondi rimanenti sul cronometro, si trova a due yard dalla linea di meta per il touchdown che può sancire la vittoria contro gli odiati rivali. I Blue Devils provano a giocare il tutto per tutto con un ultimo asso nella manica, ovvero una palla lanciata non dal quarterback, ma dal running back Deon Jackson. Chazz Surratt, linebacker di UNC che fino all'anno prima giocava quarterback, riesce a leggere l'azione in anticipo e intercetta il pallone proprio sulla linea di meta. Una giocata difensiva che salva la vittoria e la Victory Bell, lasciando i Blue Devils a bocca asciutta. Spesso questa partita arriva a fine stagione. Anche quando una delle due squadre ha un'annata disastrosa, la sfida diventa l'occasione per fare da guastafeste e impedire ai rivali di raggiungere le sei vittorie necessarie per accedere a un bowl.
Alla fine, Duke contro UNC è affascinante perché è molto umana. Non ci sono gli stadi da centomila posti della SEC, ma c'è un'intensità viscerale e identitaria che raramente si trova altrove. È l'élite privata e snob contro l'orgoglio pubblico e operaio. Ed è tutto racchiuso qui, nel decidere di che colore sarà una campana al fischio finale.
Matteo Spelat



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