CBA 2011: nacque da un parto complicato, ma cambiò il volto della NFL
- Luca Corporente

- 1 lug
- Tempo di lettura: 6 min
Il Collective bargaining agreement è il contratto collettivo che le squadre sono tenute a rispettare nella stipula dei contratti coi giocatori, ma che regola anche altri aspetti come il tetto salariale e la distribuzione dei ricavi. Viene negoziato fra i proprietari delle 32 squadre e la NFLPA, che rappresenta gli atleti. Quello attualmente in vigore stabilisce la pace sindacale fino al 2030, ma oggi parliamo del caso interessante di quello del 2011.
A cura di: Luca Corporente

L’economia della National Football League come la conosciamo oggi è in buona parte collegata a delle modifiche che furono apportate con la firma del Collective bargaining agreement il 4 agosto del 2011. Per capire fino in fondo l’influenza di questo accordo è ovviamente necessario contestualizzare le dinamiche che precedettero questa firma, un periodo di importanza storica per l’evoluzione della lega.

Il contratto collettivo in vigore negli anni precedenti al 2011 prevedeva una clausola di opt-out da parte delle squadre, da esercitare entro novembre 2008, con praticamente la possibilità di definire con anticipo l’uscita dall’accordo in vigore, che fu poi ratificata dalla lega a maggio 2008.
La motivazione principale che spinse le franchigie a questa decisione fu l’insoddisfazione legata agli accordi economici. Le squadre ritenevano, infatti, che non fossero più sostenibili. Nello specifico i maggiori punti di conflitto riguardavano vari aspetti come: la condivisione dei ricavi e

relativa competitività, la quota dei ricavi destinata ai giocatori, la considerazione delle spese per infrastrutture e stadi, la mancanza di un sistema che regolasse i contratti dei rookies, la difficoltà nel recuperare i bonus da inadempienze contrattuali, la divisione su benefici e tutele dei giocatori e la proposta di allargamento a 18 partite (già allora se ne discuteva, il che fa sorridere, essendo l’attuale Commissioner tornato alla carica).
L’idea dietro la scelta di esercitare il diritto all’opt-out era chiaramente quella di forzare la negoziazione di un accordo, prima della conclusione della finestra temporale in vigore.
Tanti i punti della discordia, che non furono affrontati e risolti prima dell’inizio della stagione 2010, il che portò all’attivazione di una clausola strettamente collegata all’esercitazione dell’opt-out.

Questa prevedeva che, successivamente all’uscita dall’accordo e, in mancanza di un nuovo accordo, l’ultimo anno prima della conclusione del CBA in vigore si sarebbe svolto senza un tetto salariale (il famoso cap). Una conseguenza storica per la National Football League, che dall’introduzione del salary cap (1994) non aveva mai vissuto una stagione senza regolamentazione salariale, un evento dunque senza precedenti che, peraltro, non si ripeterà poi più fino ai giorni nostri.
Per quanto la misura prevista fu senza dubbio di estrema rilevanza, la sua attuazione e gestione non ebbe però ripercussioni pesanti sulle dinamiche della lega, in quanto questa clausola non andava a eliminare altri regolamenti comunque legati alla gestione della free agency.
Inoltre i proprietari si guardarono bene dall’abuso di questo evento, per non incorrere in future problematiche nel caso in cui si fosse arrivati ad un nuovo accordo collettivo.
L’esercitazione della clausola dell’opt-out e conseguente stagione senza tetto salariale, fu dunque uno strumento strettamente legato alle trattative per il nuovo contratto collettivo.
Sebbene le parti siano riuscite a non fermare mai il gioco le trattative non giunsero a una conclusione, prima del termine di scadenza del contratto, principalmente per la cruciale questione dei ricavi. I proprietari delle franchigie chiedevano una quota maggiore di ricavi, per sostenere i sempre crescenti costi operativi e l’iniziale risposta della NFLPA fu quella di vagliare i bilanci, prima di accettare una riduzione della quota destinata ai giocatori.
La finestra di quasi tre anni, con ulteriore proroga di circa una settimana, non bastò a trovare un accordo e l’11 marzo 2011 il contratto collettivo si chiuse senza che le parti fossero riuscite ad approvarne uno nuovo. La cancellazione del bargaining agreement portò la NFLPA ad abbandonare il suo impegno come sindacato, rinunciando ai diritti di contrattazione e diventando a quel punto unicamente un’associazione dei giocatori. Questo spianò la strada agli atleti di perseguire eventuali cause legali nei confronti della lega, sia in maniera individuale che sotto forma di class-action, per violazione delle norme antitrust.
Per avere un’idea della portata di tale evento, immediatamente dopo la chiusura della funzione di sindacato della NFLPA un gruppo di dieci giocatori, tra cui figuravano icone come Tom Brady e Drew Brees, intentò una causa legale nei confronti della NFL, presso la corte federale di Minneapolis.

La risposta della lega fu immediata, istituì un lockout per tutti i giocatori, dando il via alla prima astensione dal lavoro nei suoi allora ventiquattro anni di vita. Una vera e propria serrata, che vietava ogni comunicazione tra i giocatori e le loro squadre, l’utilizzo delle strutture e sospendeva la free agency o qualsiasi altra operazione di mercato.
La reazione dei giocatori e richiesta di abolizione del lockout fu portata dinanzi alla corte federale di Minneapolis, che l’11 aprile ordinò alle parti una mediazione, presieduta e supervisionata dal magistrato Arthur Boylan. Con un’ingiunzione preliminare, il 25 aprile il giudice distrettuale Susan Richard Nelson intimò la cancellazione del lockout, in quanto ritenuto illegittimo, decisione contro la quale la NFL fece immediatamente appello.
Questo periodo incerto e di battaglie di carte bollate permette ad alcuni giocatori di riuscire ad allenarsi nei rispettivi quartieri generali, sebbene con scarso successo. Nel frattempo, oltre all’inusuale svolgimento del Draft, prima della free agency, le parti continuano la mediazione obbligata dalla corte federale, passando maggio e giugno a negoziare in diverse località.

Settimane che culminano con la discussione in appello del lockout (appello richiesto dalla lega) alla presenza di ben duecento persone. L’8 luglio la corte ribalta la precedente decisione di Nelson di farlo finire, sancendo così un’importante vittoria per la lega. Le discussioni però non si fermano qui e, dopo circa due settimane, i vari proprietari votano a favore di una proposta di accordo, con l’intenzione di togliere definitivamente il lockout.
A seguito di un iniziale rigetto da parte dei giocatori, il 25 luglio la NFLPA e i rappresentanti delle franchigie giungono finalmente all’unanimità a un nuovo accordo, che pone fine dunque al primo storico lockout, dopo più di quattro mesi.
I giorni successivi sono ovviamente caratterizzati da una frenesia senza precedenti, dato che iniziano contemporaneamente la free agency, le trattative con i draftees e i training camp delle squadre.

Il 4 agosto viene finalmente ratificato l’ormai storico CBA 2011, che vede le seguenti principali modifiche:
l’estensione della durata dell’accordo che diventa decennale, senza alcuna previsione di estensione anticipata. La rimozione della clausola di opt-out che garantisce stabilità contrattuale.

La riduzione dei ricavi totali garantiti ai giocatori la cui quota viene stabilita attorno al 47%, una cifra inferiore al precedente accordo (59.5%), che però partiva da una base diversa, in quanto si partiva dalle Total Football Revenues, che non comprendevano il totale delle entrate della lega. Con il CBA 2011 si è passati a parlare di All Revenues, che comprendono tutti i ricavi effettivi della NFL. Sebbene le stime descrivano comunque una riduzione di circa tre punti percentuali quando la comparazione avviene sulla stessa base, i giocatori hanno ottenuto una garanzia di spesa che spieghiamo ora.
Obbligo di spesa quadriennale in termini di cash

Viene cambiato il tetto obbligatorio di spesa delle franchigie, che devono ora raggiungere almeno una spesa media dell’89%, su base quadriennale, anziché un 84% del cap. Cambiano inoltre i dettagli, in quanto non si fa più riferimento al cap contabilizzato, ma ai soldi contanti effettivamente spesi. Questo impedisce qualsiasi formulazione sleale dei bonus contrattuali delle franchigie, che sono ora obbligate a spendere realmente la percentuale stabilita.
Struttura contrattuale ed economica dei rookies
Si stabilisce una struttura contrattuale di 4 anni (4+1 per i giocatori selezionati al primo giro), la creazione di una scala di compensazione e l’istituzione della 25% rule. La regola stabilisce che nel contratto di un rookie gli anni successivi al primo non possano prevedere uno stipendio che ecceda oltre il 25%, rispetto a quello del primo anno.
Innalzamento garanzia economica minima per infortunio
Il nuovo accordo ha visto un incremento degli indennizzi minimi previsti, in caso di infortuni che mettano fine alla carriera di un giocatore.
Innalzamento delle pensioni e istituzione di fondi per ex-giocatori

Con l’incremento, anche retroattivo, della pensione e dell’assistenza medica e la creazione di un fondo per rimborsare i giocatori da eventuali danni cerebrali. Istituzione del fondo The Trust, un programma di transizione alla vita post-football, che aiuta gli ormai ex giocatori nella gestione della propria educazione, carriera e salute.
Aumento del numero dei giocatori per Training camp
Il numero viene innalzato da 80 a 90 giocatori totali (l’attuale roster a 90, poi tagliato a 53 prima di week 1).
Aumento del numero giocatori per la Practice squad

Sebbene non immediato e di fatto sbloccato solamente nel 2014, il numero di giocatori è stato innalzato da 8 a 10.
Le modifiche descritte hanno tutte avuto un’importante influenza nello sviluppo della lega, ma è chiaro che il cambiamento della gestione economica rappresenta la variazione più determinante, sia per le dinamiche tra franchigie che per i singoli giocatori.
L’applicazione di una spesa minima pluriennale in termini di cash, in confronto al precedente obbligo annuale di spesa minima su percentuale di cap, ha permesso un controllo sulle spese reali delle franchigie. Questo ha portato importanti benefici sia ai ricavi dei giocatori, che alla competitività generale della lega.




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