Il difficile mestiere di restare una dinastia
- Gianluca Poltz

- 26 ago
- Tempo di lettura: 6 min
Le dinastie non finiscono necessariamente quando smettono di vincere. Finiscono quando non riescono più a cambiare.
Per i Kansas City Chiefs il 2025 ha rappresentato la prima vera interruzione di un ciclo che sembrava non conoscere pause. L’eliminazione dalla corsa ai playoff, arrivata per la prima volta dal 2014, ha chiuso una stagione nella quale quasi tutto ciò che negli anni precedenti aveva girato nella direzione giusta ha cominciato a farlo al contrario.
Kansas City ha perso nove partite decise da un solo possesso, cinque delle quali per tre punti o meno. Il margine tra vittoria e sconfitta è rimasto sottile, ma gli errori ripetuti, gli infortuni e un attacco incapace di ritrovare continuità hanno impedito alla squadra di nascondere i problemi dietro l’ennesima corsa ai playoff.
Per la prima volta dopo anni, Brett Veach e Andy Reid si sono trovati a intervenire su una squadra che non arrivava da una corsa al Super Bowl, ma da una stagione conclusa prima dei playoff. Non si trattava più di aggiungere pochi correttivi a un roster già vincente, bensì di capire quali parti della struttura costruita negli ultimi anni potessero ancora reggere e quali dovessero essere sostituite.
La risposta non è stata una ricostruzione. Con Patrick Mahomes, Chris Jones, Travis Kelce, Creed Humphrey e Trey Smith ancora al centro del progetto, sarebbe stato illogico anche solo pensarla. I Chiefs hanno scelto qualcosa di più complicato: cambiare pelle senza smettere di provare a vincere.
Un attacco da rimettere in movimento
Per anni Kansas City ha potuto contare sulla capacità di Mahomes e Reid di trovare una soluzione a qualsiasi problema. Le difese hanno progressivamente eliminato i lanci profondi, l’attacco ha imparato a muoversi con pazienza. Le linee avversarie hanno aumentato la pressione, il quarterback ha ridotto il tempo necessario per liberarsi del pallone. Quando il gioco spettacolare è diventato meno accessibile, i Chiefs hanno imparato a vincere anche partite sporche.
Nel 2025, però, l’adattamento ha smesso di essere sufficiente.
La linea offensiva è stata colpita dagli infortuni, il gioco di corsa non ha garantito continuità e il reparto ricevitori non è riuscito a offrire soluzioni abbastanza affidabili. Mahomes ha continuato a creare opportunità, ma troppo spesso gli è stato chiesto di trasformare situazioni compromesse in qualcosa di produttivo.

La stagione si è poi chiusa simbolicamente con la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro subita da Mahomes contro i Chargers. L’infortunio non ha provocato la crisi — l’eliminazione era ormai vicina — ma ha aggiunto un’incognita pesante alla costruzione del 2026.
L’arrivo di Kenneth Walker risponde alla necessità di togliere parte del peso dalle spalle del quarterback. Non si tratta soltanto di aggiungere talento al backfield, ma di restituire credibilità a un gioco di corsa che dovrà costringere le difese a rispettare maggiormente il box. Se Walker riuscirà a garantire esplosività e yard dopo il contatto, Reid potrà tornare a costruire l’attacco partendo da una minaccia reale, invece di utilizzare le corse quasi esclusivamente come complemento.
Il ritorno di Eric Bieniemy come coordinatore offensivo nasce anche dalla volontà di recuperare disciplina, intensità e fisicità, ma non può essere considerato una soluzione automatica. Il sistema rimarrà quello di Reid e il destino dell’attacco continuerà a dipendere soprattutto dalla capacità della linea di proteggere Mahomes.
Josh Simmons rimane il left tackle sul quale Kansas City ha costruito il proprio progetto, ma il problema alla schiena che ne ha rallentato la preseason ha aumentato l’incertezza. Creed Humphrey, Trey Smith e Kingsley Suamataia formano un interno potenzialmente tra i migliori della NFL. Sulla destra, Jaylon Moore ed Esa Pole erano indicati all’inizio del training camp come i principali concorrenti per il posto lasciato libero da Jawaan Taylor.
Alle loro spalle, però, la profondità preoccupa.
Le prime due gare di preseason hanno mostrato quanto rapidamente la situazione possa deteriorarsi quando entrano le seconde linee. Kahlil Benson possiede dimensioni e forza interessanti, ma sta ancora adattando la propria tecnica e la velocità di esecuzione alle richieste della NFL. Ethan Driskell continua ad alternare qualità fisiche evidenti a errori tecnici difficili da ignorare.
La linea titolare può essere molto buona. Quella che dovrà sostenerla in caso di infortuni, almeno per ora, offre molte meno certezze.
La difesa anticipa il futuro
Se l’attacco sta cercando di recuperare identità, la difesa sembra avere già imboccato una direzione più chiara.
Chris Jones rimane il riferimento, ma attorno a lui i Chiefs stanno preparando il passaggio verso una nuova generazione. Peter Woods, Mansoor Delane e R Mason Thomas non rappresentano semplicemente tre aggiunte di talento. Sono il tentativo di rinnovare contemporaneamente tre componenti decisive della difesa di Steve Spagnuolo: pressione interna, pass rush dal bordo e copertura individuale.
Woods possiede la combinazione di potenza ed esplosività necessaria per giocare accanto a Jones senza limitarne la libertà. Non gli verrà chiesto di sostituirlo, almeno non adesso, ma di crescere sfruttando gli uno contro uno prodotti dalla presenza del numero 95. La preseason ha però ricordato che, prima di diventare qualcosa di più di un elemento della rotazione, Woods dovrà ancora affinare l’uso delle mani e il proprio piano di pass rush.
Delane offre invece a Spagnuolo il potenziale per utilizzare con maggiore frequenza le coperture individuali e liberare risorse per pressione e blitz. La spalla ne ha rallentato l’inserimento durante il training camp, ma non modifica il ruolo immaginato per lui nel medio periodo.
R Mason Thomas completa il progetto con velocità e aggressività sul perimetro. Insieme ad Ashton Gillotte, George Karlaftis e allo stesso Woods, contribuisce a formare una linea difensiva più giovane, profonda e atletica rispetto a quella della scorsa stagione.
Le prime indicazioni della preseason vanno lette con prudenza, ma sono coerenti con questa trasformazione. Contro Rams e Buccaneers, la difesa ha mostrato capacità di produrre pressione, limitare le conversioni di terzo down e reagire anche quando l’attacco non è riuscito a sostenerla.
Non tutto è già pronto. Il reparto linebacker ha perso esperienza e alcuni giocatori dovranno assumersi responsabilità maggiori. La secondaria presenta talento, ma anche diversi elementi ancora da inserire pienamente nel sistema. Tuttavia, tra i due lati del pallone, è la difesa a sembrare più vicina alla versione che Kansas City vorrebbe portare nella stagione regolare.
La preseason non ha ancora dato la risposta
Le due sconfitte contro Los Angeles e Tampa Bay contano poco sul piano del risultato. La preseason non serve per stabilire quanto una squadra vincerà, ma per individuare quali problemi potrebbero impedirle di farlo.
Kansas City ha ricevuto indicazioni positive dai giovani difensori, dal backfield e dalla profondità della quarterback room. Justin Fields ha mostrato di poter offrire una soluzione credibile alle spalle di Mahomes, mentre Garrett Nussmeier ha giocato con una maturità superiore alle aspettative legate a una scelta numero 249 del Draft.
Sono emersi, però, anche difetti già conosciuti. Le penalità hanno cancellato giocate produttive, l’attacco ha faticato a trasformare i possessi in touchdown e la protezione è diventata fragile quando sono usciti i titolari.
Non sono problemi sufficienti per emettere un giudizio definitivo ad agosto. Sono però abbastanza evidenti da impedire di archiviare la passata stagione come un semplice incidente.

Una seconda dinastia non è garantita
Il nucleo dei Chiefs resta di livello superiore. Mahomes è ancora il quarterback attorno al quale costruire qualsiasi ambizione. Reid continua a essere uno degli allenatori più preparati della NFL. Jones, Kelce, Humphrey e Smith garantiscono esperienza e qualità nei punti centrali del roster.
Ma i nomi che hanno costruito la dinastia non possono mantenerla in vita da soli.
La vera stagione dei Chiefs si giocherà sulla crescita di Simmons, Suamataia, Woods, Delane, Thomas e degli altri giocatori chiamati a trasformarsi da prospetti in titolari. Si giocherà sulla capacità di Walker di cambiare il peso del gioco di corsa e su quella di Bieniemy di restituire all’attacco ordine e aggressività. Soprattutto, si giocherà sulla possibilità di proteggere Mahomes senza costringerlo, ancora una volta, a risolvere ogni problema.
Anche il Kingdom dovrà abituarsi a qualcosa di diverso. Dopo anni trascorsi a considerare gennaio come una tappa naturale e il Super Bowl come un obiettivo quasi dovuto, la stagione passata ha restituito ai tifosi una realtà che sembrava dimenticata: vincere nella NFL non è normale.
Il 2026 misurerà quindi non soltanto la capacità della squadra di ripartire, ma anche quella del Kingdom di accompagnarne la trasformazione senza pretendere che ogni nuovo gruppo assomigli necessariamente a quello precedente. Perché appartenere al Kingdom significa celebrare le vittorie, ma anche riconoscersi nella squadra quando è costretta a ricominciare.
Kansas City non sta provando a ricostruire la squadra che ha vinto tre Super Bowl. Sta cercando di costruirne un’altra prima che la precedente scompaia definitivamente.
È il difficile mestiere di restare una dinastia. E il 2026 ci dirà se i Chiefs hanno davvero aperto un nuovo ciclo o se stanno semplicemente tentando di prolungare quello vecchio.



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