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Mendoza è il re di New York, Moore allontanato da Michigan con disonore


Cronaca dei primi bowl giocati, della serata Heisman e dei primi trasferimenti. In una stagione in cui non son mancati colpi di scena sul campo e in panchina. L’Ncaa non si è proprio fatta mancare nulla.


Dopo una regular season vissuta con il piede costantemente premuto sull’acceleratore e caratterizzata da drammi in panchina, come non mai, finalmente possiamo tutti quanti rifiatare aspettando i bowl principali e l’inizio dei tanto agognati play off nazionali. La fine della stagione regolare vuol dire anche Heisman Trophy, con la premiazione ufficiale che ha avuto luogo proprio durante il weekend a New York.

Nonostante il clima sia decisamente più rilassato, non sono mancate le emozioni arrivate dai primi bowl disputati, così come da alcune notizie extra campo più o meno positive, tra un addio importante, una vicenda giudiziaria dai contorni torbidi e i primi nomi che entreranno nel transfer portal. Pertanto, non adagiamoci troppo sugli allori, perché è semplicemente la quiete prima della tempesta.

 

Army-Navy non è solo la magia delle attesissime divise

 


Le sempre e meravigliose e attesissime divise di Army e Navy. Con West Point, a destra, che celebra i 250 anni e indossa anche la Purple heart. Mentre la Marina,  a sinistra, con Annapolis celebra la USS Constitution, una delle sei fregate fondatrici della sua storia.
Le sempre e meravigliose e attesissime divise di Army e Navy. Con West Point, a destra, che celebra i 250 anni e indossa anche la Purple heart. Mentre la Marina, a sinistra, con Annapolis celebra la USS Constitution, una delle sei fregate fondatrici della sua storia.

Il derby militare non ha tradito le attese: partita dura, fisica, giocata sui dettagli. Army parte meglio, controlla il ritmo nel primo tempo e va all’intervallo avanti 13–7. Nel secondo tempo, però, Navy aggiusta la difesa, si riorganizza contro il gioco di corsa e costringe Army a forzature e palle sanguinose. Il momento decisivo arriva nel quarto periodo: Blake Horvath guida un drive e sul 4th&goal trova Eli Heidenreich per il touchdown che vale il sorpasso. Da lì in poi Navy gestisce il cronometro e resiste all’ultimo tentativo di Army. I Midshipmen portano a casa il Commander-in-Chief’s Trophy sul 17-16, chiudendo quindi la stagione con un borsino di 10-2 e confermando il grande lavoro fatto dietro alle scrivanie e in side line.

 

Washington surclassa Boise State, che si interroga su asperità future

In quel di Inglewood, lo scontro L.A. Bowl si trasforma presto in un monologo degli Huskies. Dopo un avvio equilibrato, Washington prende il controllo con una prestazione offensiva che spezza la partita già nel secondo quarto. La giocata simbolo è il touchdown da 78 yard di Denzel Boston, che cambia completamente l’inerzia. Da lì in avanti Washington domina in ogni aspetto: ritmo, profondità sul passing game e, soprattutto, una difesa che legge perfettamente l’attacco dei Broncos. Washington chiude la stagione con una vittoria netta per 38-10, che rafforza il progetto di Jedd Fisch, il quale però pare in odore di candidatura per una panchina prestigiosa. Per Boise State, battuta d’arresto pesante che apre interrogativi sulla transizione futura del programma, considerando l’imminente passaggio dalla Mountain West alla nuova e rivisitata PAC-12.

 

New York e l’Heisman trophy Mendoza sorride, gli altri un po’ meno

 


Fernando Mendoza mette le mani sul meritatissimo Heisman Trophy, dopo il titolo in Big Ten con Indiana.
Fernando Mendoza mette le mani sul meritatissimo Heisman Trophy, dopo il titolo in Big Ten con Indiana.

La notte tra sabato e domenica si è fatta magica sul palco del Lincoln Center di New York, consacrando Fernando Mendoza come vincitore dell’Heisman Trophy 2025, primo quarterback nella storia degli Indiana Hoosiers. Mendoza ha convinto per continuità, leadership e peso delle vittorie durante la regular season. Quasi tremila yard passate, oltre trenta touchdown e una stagione che ha portato Indiana al vertice del ranking nazionale e al titolo in Big Ten. Il fattore che forse ha pesato di più nel verdetto della giuria è stata la sua capacità di essere decisivo nei momenti chiave, come ad esempio quel passaggio all’ultimo secondo per Cooper Jr., con touchdown convalidato grazie al video review.

Al secondo posto si piazza Diego Pavia, splendido trascinatore di Vanderbilt e sicuramente miglior quarterback della SEC. Il buon Diegone ha infranto record su record, portando i Commodores a essere un programma di punta all’interno della conference più difficile e competitiva dell’intero college football. Se fosse stato proprio lui a tenere in mano il trofeo su quel palco, nessuno avrebbe avuto niente da recriminare, in quanto lo avrebbe meritato tanto quanto Mendoza. Molto probabilmente ha pesato la sconfitta all’ultimo secondo contro i Longhorns di Manning e Sarkisian. Se solo quell’on side kick non fosse uscito dal campo in quel di Austin, magari vedremmo un altro finale.

Sul gradino più basso del podio si piazza l’unico non quarterback del lotto dei finalisti, ovvero Jeremiyah Love. Il running back di Notre Dame è stato semplicemente fenomenale, confermandosi come il migliore nel suo ruolo a livello nazionale. Se la giuria avesse deciso di premiare il prodotto dei Fighting Irish, avremmo assistito a un Heisman dal sapore retrò e romantico, un ritorno al passato in cui i running back guardavano tutti dall’alto verso il basso. Poco male: il ragazzo sta già facendo gola a tanti Gm e scout Nfl.

Fuori dal podio rimane, invece, Julian Sayin di Ohio State, con soli sei voti ottenuti. Un quarto posto che onestamente ci sta, considerando che i Buckeyes, imbattuti fino al Championship contro gli Hoosiers di Mendoza, durante la regular season hanno avuto il calendario più semplice tra tutte le contender, affrontando avversari nettamente inferiori, con la sola Illinois capace di creare qualche grattacapo in più. Il faccia a faccia contro Indiana ha poi semplicemente messo l’ultimo chiodo sulla bara delle ambizioni Heisman di Sayin che, davanti al primo vero test impegnativo, è crollato come una tigre di carta, così come il resto della squadra. In ogni caso, la stagione è stata estremamente positiva, decretandolo come il quarterback forse più preciso e chirurgico del Paese.

 

Scandalo in Michigan, Moore allontanato con vergogna

 


Finisce male fra Moore e la sua Michigan, un arresto e accuse da cui difendersi per lui.
Finisce male fra Moore e la sua Michigan, un arresto e accuse da cui difendersi per lui.

Fuori dal campo, la notizia più pesante riguarda Sherrone Moore, ormai ex head coach di Michigan. Moore è stato licenziato “with cause” dall’università, dopo un’indagine interna, che ha accertato una relazione inappropriata con un membro dello staff, in violazione delle politiche dell’ateneo. Poche ore dopo il licenziamento, Moore è stato arrestato e successivamente formalmente incriminato nell’ambito di un procedimento penale a sfondo sessuale e domestico. Le accuse contestate sono molteplici. Secondo le autorità, Moore deve rispondere di stalking in ambito di relazione domestica, invasione di domicilio e violazione di proprietà. I fatti sarebbero avvenuti dopo la fine della relazione, con comportamenti ritenuti intimidatori che hanno portato all’intervento delle forze dell’ordine. Allo stato attuale Moore si è dichiarato non colpevole, è stato rilasciato su cauzione, ma comunque soggetto al divieto di contatto con la vittima e monitorato dalle forze dell’ordine. Un’udienza preliminare è stata fissata per gennaio 2026.

Come se non bastasse, sono arrivate poi anche le dichiarazioni di una modella del noto portale OnlyFans, tifosa dei Wolverines, che ha accusato il coach di averla contattata in privato proponendo dei season ticket a lei e ad altre sue amiche, in cambio di un ménage a quattro. Ricostruzione poi smentita dalla stessa ragazza su X, precisando che le sue parole sono state mal interpretate. Michigan, dal canto suo, ha scelto la linea della tolleranza zero, separando immediatamente il futuro del programma da una situazione potenzialmente devastante sul piano morale e di immagine. Ora si apre una nuova ricerca per l’head coach, con inevitabili riflessi su roster e recruiting. I primi nomi apparsi sono quelli di Fisch (Washington), Brohm (Louisville) e anche qualche timida voce su P.J. Fleck (Minnesota), forse l’opzione meno probabile visto il suo legame viscerale con l’ateneo di Minneapolis e la rivalry proprio con Michigan, una delle più intense del Midwest. Al momento il posto è stato ricoperto temporaneamente dal coordinator Poggi, che guiderà la squadra dalla side line durante il Citrus Bowl contro Texas.

Si chiude, invece, in modo molto diverso la storia di Kyle Whittingham, che ha annunciato l’addio alla panchina di Utah dopo oltre vent’anni. Whittingham lascia come allenatore più vincente nella storia degli Utes, simbolo di stabilità, identità difensiva e crescita costante del programma. Utah ora si prepara a una transizione delicata, con l’offensive coordinator Morgan Scalley chiamato a sostituire una vera e propria istituzione della terra dei Mormoni.

 

Lagway e Raiola imboccano dritti dritti il transfer portal


Infine, giungono le prime conferme circa alcuni giocatori che hanno deciso di entrare nel transfer portal con l’intento di lasciare i loro attuali programmi. Due nomi su tutti sono quelli di DJ Lagway, quarterback di Florida, e Dylan Raiola di Nebraska. Il primo saluta i Gators con un lungo post sui suoi profili social, ringraziando il board, i compagni e tutta la fan base per il supporto. Già si fanno largo alcune voci su chi vorrebbe accaparrarselo, tra LSU, TCU, Baylor, Clemson e Miami.Infine Raiola, che dopo l’infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi nel finale di stagione, lascia i Cornhuskers e coach Rhule per cercare di fare il salto di qualità definitivo in un programma più prestigioso. Indiana (per il post-Mendoza), Alabama e Oregon sembrano aver già drizzato le antenne.

 

Matteo Spelat

 

 
 
 

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