Why Believe?
- Mauro Giusti

- 2 giorni fa
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Questa volta è diverso.
Dopo diciannove anni, sulla sideline degli Steelers non ci sarà più Mike Tomlin. È una di quelle notizie che, fino a qualche mese fa, sembrava quasi impossibile da immaginare. Non perché a Pittsburgh non si sia mai cambiato, ma proprio per il contrario: questa franchigia ha sempre cambiato quando ha ritenuto che fosse arrivato il momento di farlo, senza bisogno di trasformare ogni passaggio in una rivoluzione annunciata. Ed è forse questo il modo migliore per guardare a ciò che sta accadendo oggi.
Perché se c'è una cosa che la storia degli Steelers racconta meglio di qualsiasi slogan è che la continuità, a Pittsburgh, non ha mai significato fare sempre le stesse cose. Dal 1969, quattro uomini hanno guidato questa squadra. Chuck Noll ha costruito una delle più grandi difese della storia del football e, quando la NFL ha cominciato a trovare il modo di reagire a quel football, Pittsburgh ha dovuto cambiare a sua volta. La "Mel Blount Rule" nacque anche perché il modo in cui gli Steelers difendevano aveva reso evidente che certe regole non potevano più rimanere quelle di prima.

Poi il gioco è cambiato ancora e gli Steelers hanno dovuto adattarsi alle trasformazioni della NFL, come tutte le franchigie. Lo hanno fatto senza mai avere bisogno di presentare ogni evoluzione come una rivoluzione. A Pittsburgh il cambiamento è sempre stato parte del modo di fare le cose.
È una differenza importante, perché è dentro questa storia che va letto l'arrivo di Mike McCarthy. Nato a Pittsburgh e arrivato dopo una lunga carriera nella NFL, McCarthy non deve essere Tomlin e non deve cancellare ciò che è venuto prima di lui. Tomlin appartiene alla storia di questa franchigia, nel bene e nel male, e la discussione su ciò che avrebbe dovuto essere il suo futuro si è conclusa nel momento in cui si è dimesso.
Non sappiamo ancora che forma prenderanno gli Steelers di McCarthy. Sappiamo però che non sarà semplicemente la squadra dell'anno scorso con qualche modifica, perché sarebbe contrario a ciò che Pittsburgh ha sempre fatto quando ha ritenuto che il football richiedesse qualcosa di diverso. Ci saranno giocatori chiamati a fare cose nuove, veterani costretti a modificare abitudini consolidate e ragazzi arrivati dal Draft che dovranno trovare il proprio posto in una squadra nella quale il sistema sta cambiando mentre loro stanno iniziando a scoprire cosa significhi appartenere alla NFL.
E in mezzo a tutto questo c'è Aaron Rodgers.
Forse nessuno rappresenta meglio di lui il particolare momento che stiamo vivendo. Rodgers sta giocando l'ultima stagione di una carriera che lo ha portato ai vertici assoluti del football americano proprio mentre Pittsburgh apre una pagina nuova della propria storia. Non è necessario chiedersi se sia ancora il Rodgers di Green Bay: quello appartiene alla storia della NFL e nessuno può cancellarlo. Quello che abbiamo davanti è invece un giocatore che ha ancora un anno da vivere, da giocare e da condividere con una squadra che sta guardando contemporaneamente al proprio presente e al proprio futuro.
Ed è qui che la sua presenza diventa qualcosa di più di una questione di quarterback. Perché nello stesso spogliatoio ci saranno giocatori per i quali questa potrebbe essere l'ultima stagione e altri per i quali sarà la prima. Ci saranno veterani che dovranno adattarsi al football di McCarthy e rookie che cercheranno di capire quale posto potranno occupare nella NFL. Rodgers chiude un percorso mentre altri stanno appena cominciando il proprio. Sarà il punto di riferimento di un gruppo in cui giocatori di generazioni diverse si ritroveranno a condividere la stessa stagione e lo stesso obiettivo.
Non sappiamo quanto Rodgers abbia ancora da dare, né quanti dei giovani arrivati con questo progetto riusciranno a diventarne parte integrante. Non sappiamo quanto velocemente funzioneranno gli schemi, né quali delle soluzioni immaginate da McCarthy si riveleranno corrette e quali invece dovranno essere abbandonate lungo il percorso.

Fuori da Pittsburgh, naturalmente, saranno proprio queste le cose che verranno raccontate. Un quarterback alla fine della carriera, un allenatore nuovo, un roster con delle incognite, una squadra che deve dimostrare di poter essere ancora competitiva. Gli Steelers non sono mai stati particolarmente bravi a vendere se stessi come la grande storia della NFL e forse è anche per questo che spesso vengono raccontati attraverso ciò che manca più che attraverso ciò che hanno. Ma è una situazione che conosciamo.
Dovremo abituarci a guardare gli Steelers senza sapere già che cosa aspettarci. Eppure, proprio mentre tutto questo cambia, alcune cose rimangono riconoscibili. Non perché gli Steelers siano rimasti gli stessi, ma perché hanno sempre saputo adattare il proprio football a ciò che la NFL diventava senza rinunciare a ciò che volevano essere.
È successo generazione dopo generazione. È successo quando il football correva verso nuove idee e Pittsburgh doveva trovare il modo di seguirlo. È successo quando erano gli Steelers a costringere gli altri a trovare una risposta. Succederà anche adesso.
Forse non sappiamo ancora che cosa saranno questi Steelers. Sappiamo però da dove arrivano, sappiamo perché sono arrivati fin qui e sappiamo che il cambiamento, a Pittsburgh, non è mai stato una negazione del passato, ma il modo attraverso cui quella storia ha continuato a vivere.
Rodgers avrà un ultimo capitolo da scrivere. McCarthy avrà il primo dei suoi. I rookie avranno la possibilità di cominciare il proprio. I veterani dovranno trovare un modo nuovo di essere gli stessi giocatori. E noi saremo lì a scoprire, domenica dopo domenica, quale forma avrà questa nuova versione degli Steelers.
Per questo, forse, la domanda quest'anno non è "Why Steelers?".
Quella risposta la conosciamo già.
La domanda è: "Why Believe?".
Non perché sappiamo come finirà. Non perché non vediamo le incognite. Non perché abbiamo la certezza che ogni scelta si rivelerà quella giusta. Ma perché abbiamo già visto i Pittsburgh Steelers cambiare abbastanza volte da sapere che cambiare non significa necessariamente smettere di essere se stessi.
E allora sì, questa volta è diverso.
Ma siamo ancora noi.
Crediamoci.



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